L'apicoltura urbana a Torino: intervista a Guido Cortese L'apicoltura urbana a Torino: intervista a Guido Cortese © Carlo Taccari
NOTIZIE 22 Novembre 2016

L'apicoltura urbana a Torino: intervista a Guido Cortese

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Che si tratti di apicoltura in campagna o in città, noi di BUONO riteniamo utile parlare di ogni progetto che si pone l'obiettivo di sensibilizzare riguardo temi inerenti la conservazione della natura. Se poi si aggiunge la tutela delle comunità e delle tradizioni, l'apicoltura sembra un esempio perfetto. Potrete saperne di più del tema che affronteremo oggi nella puntata di Linea Verde di sabato prossimo 26 Novembre ore 12:20 su Rai1. Siamo infatti in compagnia di Guido Cortese, presidente della Condotta di Torino, progetto legato ad Api Urbane di SlowFood Torino.

Dove nasce il fenomeno dell'apicoltura urbana e come si è sviluppato nella città di Torino?

Credo che non si possa parlare di apicoltura urbana nella storia perché prima della rivoluzione industriale ogni città era costruita con una struttura ad anelli esterni che aveva la funzione di 'nutrire la città stessa', con un sistema principalmente basato su allevamento e agricoltura. E' difficile immaginare l’apicoltura in una città come Roma che nel 1500 era un dedalo di vie con fogne a cielo aperto e con quotidiani passaggi di animali e venditori di merci. La vera svolta avvenne nel primo ‘900 proprio a Torino, dove Don Angeleri iniziò a utilizzare l’arnia razionale a scapito dell'arnia tradizionale che mal si sarebbe prestata ad un uso urbano. Don Angeleri non solo stimolò il cambiamento, ma fu promotore di corsi di formazione, riviste nazionali e concepì persino il primo chiosco ambulante di miele, un vero street food! Nonostante il contributo pionieristico di Don Angeleri, l’esempio italiano non può definirsi progetto nazionale e nemmeno rete, ma ancora un movimento. Un movimento nato recentemente e che si è fatto concreto in questo ultimo decennio. Questo non esclude che non sia stata fatta apicoltura urbana anche prima, ma gli esempi di cui abbiamo testimonianza legano queste attività ad ambienti accademici. Infatti, già negli anni ‘80 a Torino presso l'Università di Agraria (Istituto di Bachicoltura ed Apicoltura) si effettuavano ricerche per monitorare gli inquinanti della città: è del 1984 una pubblicazione di Paola Ferrazzi dal titolo "Sorgenti mellifere e pollinifere in ambiente urbano"

Nonostante l’Italia sia stata tra i Paesi promotori, nel corso del tempo altri luoghi con metropoli vive come Londra, Berlino, Tokyo e San Francisco hanno decisamente soppiantato il nostro primato soprattutto sul piano organizzativo.

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Api al lavoro sui tetti di New York © web

Si tratta dunque di un fenomeno del tutto nuovo quello dell’apicoltura urbana, un movimento che rivendica l’importanza delle api sia per l’ecologia sia per il benessere umano.

Un movimento nuovo che ad oggi, dopo il sesto convegno nazionale di apicoltura urbana, vedeuna rete eterogenea di esperienze anche importanti, ma altrettante resistenze sia dal mondo accademico che da quello tecnico delle associazioni nazionali, le quali considerano l'apicoltura urbana ancora come una concorrenza semiseria all'apicoltura di tipo produttivo. Non accettandola, rimandano puntualmente l'appuntamento difendendosi dietro schemi di qualità e benessere animale, a differenza delle api che non possono ergere muri o esprimere pregiudizi, sebbene sia chiaro che le campagne oggi possono essere compromesse dalle monocolture diventando luoghi inospitali per le api ed analogamente i mieli oggettivamente meritevoli tendono ad essere prodotti in areali sempre più isolati verso parchi, aree protette o selvagge, aree pedemontane. L’apicoltura urbana può avere diverse sfumature e noi difendiamo principi base come il buono, il pulito e il giusto. Per questo ne abbiamo parlato a Terra Madre per rappresentare un elemento di rottura: è davvero inquinato il miele di città? Chi lo produce come lo produce? Nel rispetto di quali principi? Si può arrivare a fare miele urbano a livelli competitivi o il miele urbano è per lo più uno strumento educativo e non deve competere nel settore produttivo? Sul giusto siamo tutti d’accordo: può restituire valore umano, dare dignità. Tutti gli esperimenti noti ad oggi nascono proprio in funzione dell'uomo e del miglioramento delle relazioni tra gli individui. Per esempio ad Alessandria c'è un progetto di inclusione sociale ed immissione nel mondo del lavoro di soggetti fortemente svantaggiati grazie all’apicoltura. Differente il progetto di San Francisco, in cui è fortemente caratterizzante il tema dell'allarme ambientale. A Copenaghen si usa moltissimo fare apicoltura con le scuole primarie.

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Let it bee Terra Madre 2016, Salone del Gusto © SlowFood

Come si articola il progetto Api Urbane oggi e quali sono le prospettive auspicabili?

A Torino oltre agli amatori e ai produttori esistono quattro associazioni, le cui attività vanno dal monitoraggio ambientale al recupero ed inclusione sociale, dall’insegnamento delle tecniche apistiche all’orticoltura. Come presidente della Condotta Torinese di Slow Food ho iniziato un progetto chiamato “Comunità del Cibo” per dare spessore a qualcosa che ha le credenziali per divenire fortemente caratterizzante per tradizione storica e al contempo essere un luogo di apprendimento, un luogo relazionale e sostenibile, perché si punta a tutelare la biodiversità e a monitorare lo stato di salute dell’ambiente, che sappiamo essere strettamente legato a quello degli animali, uomo incluso. L’obiettivo rimane quello di unire tutte le realtà sotto un unico marchio distintivo: “apicoltura urbana torinese”. Questo percorso ci ha portato a partecipare al Terra Madre Salone del Gusto 2016 con due convegni sull'apicoltura urbana mondiale; ci ha portato a organizzare un laboratorio su Idromele dal mondo e un convegno per dare informazioni sul progetto di Cooperazione Internazionale CooBeeration. Pensando di armonizzare i progetti di apicoltura urbana esistenti, si può immaginare Torino come spazio per rilanciare l'apicoltura urbana, con l'idea di fare un laboratorio consortile di smielatura e di inserirlo in una struttura già esistente in cui sono presenti orti urbani, un ostello, cucine attrezzate ed un ristorante. Un luogo in cui imparare, sperimentare, crescere, educare e infine cucinare. L'apicoltura urbana potrebbe chiudere il cerchio con la città restituendo agli abitanti informazioni preziose che sono andate perdute nel tempo, le scuole potrebbero diventare banche di semi autoctoni e i bambini diventerebbero custodi del territorio. Le api diventano quasi un’ispirazione, uno strumento per imparare il concetto di superorganismo, che vive in funzione della buona pratica di ogni singola ape, senza la quale la famiglia non potrebbe sopravvivere.

 

Le api diventano un'ispirazione, strumento per imparare il concetto di superorganismo @bee_italy https://goo.gl/p9DsVwclicca per twittare

 

Fare rete con piccole comunità sembra essere per te un importante punto di partenza per sviluppare rapporti di fiducia sul territorio e sensibilizzare circa l'importanza della tutela e conservazione delle specie animali e vegetali. Come hai conosciuto BUONO e cosa pensi delle nostre attività?

La biodiversità va tutelata e se possibile incrementata, per questo ritengo che questo progetto sia valido e trasmetta speranza.

 

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Ultima modifica il 29 Aprile 2017
Serena Cavallero

Nata a Terni nel 1982, laureata nel 2008 in Biologia Cellulare Applicata, dottore di ricerca in Sanità Pubblica nel 2012. Assegnista di ricerca presso la sezione di Parassitologia del Dipartimento di Sanità Pubblica e Malattie Infettive della Sapienza, si occupa per "BUONO" degli aspetti inerenti la ricerca e l’educazione.

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